Il testimone della MEMORIA

Nello stesso giorno, oggi, 1 Ottobre 2012,
perdiamo due testimoni del ‘900:
Shlomo Venezia e Eric Hobsbawm
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Eric Hobsbawm Shlomo Venezia
Eric Hobsbawm ******************** Shlomo Venezia


Tutti ricorderanno di aver sentito parlare, almeno una volta, del Novecento come “secolo breve“: ecco, la definizione è dello storico Eric Hobsbawm.
Forse non tutti, invece, sanno che Shlomo Venezia è stato uno degli ultimi sopravvissuti del Sonderkommando di Auschwitz-Birkenau; egli ha dedicato gli ultimi decenni della propria vita a trasmettere la memoria della Shoah alle giovani generazioni.

*** L’annuncio della morte di Shlomo Venezia, dato dal sito web “Museo della Shoah”

*** Eric John Ernest Hobsbawm nell’Enciclopedia Treccani

*** Eric John Ernest Hobsbawm in “Dizionario di Storia” – Treccani

*** Eric John Ernest Hobsbawm in “Enciclopedia Italiana” – Treccani

*** “Il ritorno del marxismo nell’epoca della crisi. La lettura di Hobsbawm” – Treccani

*** Morto Hobsbawm, l’autore del Secolo breve (link a RaiNews24)

*** Il ricordo di Eric Hobsbawm (link a RaiNews24 – VIDEO)

*** Gianni Riotta, “Hobsbawm, secolo breve vita lunga” (aggiornamento da “La Stampa.it” del 02/10/2012)


*** Lo STORIFY che ho dedicato a Shlomo Venezia (contiene link a diversi filmati e al ricordo a lui dedicato da parte di vari quotidiani on line)

Chiaramente, non finisce qui: mi riprometto di tornare su queste due grandi figure, e di aggiungere ulteriori link e materiali.
Mi riprometto e PROMETTO: ora più che mai, ora che il “secolo breve” è veramente finito, dobbiamo passare, di mano in mano, il testimone della MEMORIA.


Aggiornamento del 06/10/2012

*** “Addio a Shlomo Venezia, voce della Shoah” (di Gian Guido Vecchi, “Corriere della Sera“, 02/10/2012)~ da conservare, da leggere nelle scuole…
NOTA: il link non funziona più, ed anche la ricerca attraverso motori non permette di risalire all’articolo originale…
Posto qui l’articolo.

02-10-2012, Gian Guido Vecchi, ADDIO A SHLOMO VENEZIA, VOCE DELLA SHOAH, Corriere della Sera
Sapeva che stava per morire. «L’importante è non soffrire», mormorava tre giorni fa. Come quando lavorava al Krematorium II e si trovò davanti un cugino di suo padre che avevano selezionato ed era a Birkenau da quattro mesi e sapeva cosa sarebbe successo: «Si soffre molto?». L’agonia di diecidodici minuti da Zyklon-B, l’anossia e le convulsioni di esseri umani pigiati e aggrovigliati, grida, sangue, deiezioni, era la più orribile delle morti ma quel giorno Shlomo Venezia gli mentì, «non durerà molto, non soffrirai», e andò a prendere una scatola di sardine che aveva messo da parte e il cugino «inghiottì senza neanche masticare», per lui davanti ai forni recitò il Kaddish.
La vita, a Shlomo Venezia, ha concesso almeno di andarsene l’altra notte nel sonno, a 88 anni, sereno quanto lo può essere chi ha lavorato nei Sonderkommando di Auschwitz- Birkenau, le squadre di ebrei costrette a ripulire e portare via i cadaveri dei compagni e bruciarli tra camere a gas e forni, «non si esce mai, per davvero, dal Crematorio». Chi ha guardato in faccia la Gorgone non è tornato indietro a raccontarlo, diceva Primo Levi. Ma i Sonderkommando stavano lì accanto, pochi sono tornati, Shlomo ha raccontato.
Un fratello e un cugino divenuti americani, un compagno in Israele, restavano solo loro e Shlomo era l’unico che avesse trovato la forza di parlare, l’ultimo testimone. Ha cominciato quarantasette anni dopo la liberazione, «le persone non volevano ascoltare né crederci», finita la guerra era appena uscito dall’ospedale e quando ci provò vide un tizio che faceva dei segni «come a dire che ero completamente matto».
Un cimitero ebraico profanato in Francia, i negozi del ghetto imbrattati a Roma, fu nel 1992 che le cose cambiarono: in Europa cresceva l’antisemitismo e Shlomo, che lavorava appartato nel suo negozio d’abbigliamento, partecipò a una manifestazione della Comunità ebraica. Lo storico Marcello Pezzetti, direttore della Fondazione museo della Shoah di Roma e uno dei massimi studiosi di Auschwitz, ieri diceva tra le lacrime: «Ho perso più di un padre». Quel giorno del ’92 stava al Cdec di Milano e guardava il corteo in tv quando vide quel signore che a un giornalista («e lei dov’era?»), rispondeva secco: «Io lavoravo nelle camere a gas». Il giornalista passò oltre, lo storico volò l’indomani a Roma, li stavano cercando in tutto il mondo. A dicembre tornò a Birkenau.
Una volta riuscì a portare il fratello, il cugino, il vecchio compagno. Ma lui, Shlomo, «ci è tornato cinquantasette volte: e sempre per i ragazzi, lui faceva tutto questo per loro», spiega la moglie Marika. I corsi europei per insegnanti, le visite guidate per gli studenti nel centro della Shoah, non Auschwitz I ma il «posto delle betulle»: Birkenau. Là, oltre le baracche, sorgevano i quattro grandi Krematorium che i nazisti fecero smantellare agli ultimi 70 uomini del Sonderkommando. Duravano pochi mesi, poi li uccidevano. I tedeschi non volevano tracce né testimoni. Lui si salvò perché la notte prima della liberazione del campo, il 17 gennaio 1945, riuscì a infilarsi tra i prigionieri che facevano evacuare e sopravvisse alla «marcia della morte».
Era arrivato con gli ebrei italiani di Salonicco l’11 aprile del 1944, numero 182727. Fu lui a ricostruire il meccanismo infernale dei Krematorium per un’opera capitale come il dvd Destinazione Auschwitz (Proedi). E fu lui a raccontarli dall’interno in un libro che ha fatto e farà storia: Sonderkommando Auschwitz (Rizzoli). Lo sforzo di salvare dall’oblio anche i dettagli. Come quando Pezzetti gli chiese di che colore era la tenda che usavano per nascondere il montacarichi che portava i cadaveri ai forni. «Avresti dovuto domandarmelo a Birkenau». E poi la telefonata in piena notte: «Ciao, sono Shlomo. Verde militare». Clic. «La memoria non se ne va, ma se ne va un pezzo di storia. Lui era la storia della Shoah», sospira lo storico. Lo sguardo alla Gorgone. Vecchi, donne e bambini nelle camere a gas. Una neonata che sopravvisse attaccata al seno della made, il nazista che le sparò. «Ho guardato dallo spioncino, questione di attimi. Ho visto esattamente come si agitava la gente dentro.
C’erano persone attaccate alla porta. Cercavano di muoversi, ma non ci riuscivano. Si intrecciavano fra loro, la maggior parte con le mani alzate che cercavano. Può darsi chiamassero Dio».


*** La PAGINA che ho dedicato a Shlomo Venezia (contiene ulteriori link rispetto a questo post)





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