E ti direi anche che ti aspetto…

Addio, Antonio Tabucchi

foto Antonio Tabucchi


Di Sostiene Pereira , de La testa perduta di Damasceno Monteiro e di Notturno indiano blog e quotidiani, riviste specializzate ed estimatori di Antonio Tabucchi hanno parlato e parleranno. Io preferisco ricordare lo scrittore che ci ha lasciato oggi con stralci da Si sta facendo sempre più tardi (2003 – Feltrinelli Editore), libro che ha riscosso discordi pareri, ma sul quale penso si torni e si ritorni…

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Le persone sono lontane quando ci stanno accanto, figurarsi quando sono lontane davvero…

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Ma ciò che inquieta di più e che rode come un tarlo testardo infilato in una vecchia tavola e impossibile da far tacere se non con un veleno che avvelenerebbe anche noi, è la lettera che non abbiamo mai scritto. “Quella” lettera. Quella che tutti noi abbiamo sempre pensato di scrivere, in certe notti insonni, e che abbiamo sempre rimandato al giorno dopo.

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Ho preso il tuo biglietto, sono entrato nel mare e l’ho depositato sulla superficie dell’acqua. L’onda l’ha avvolto, ed è scomparso dalla vista. Oddìo, ho pensato per un momento con quel batticuore di quando si assiste ad una partenza (le partenze causano sempre un po’ d’ansia, e tu sai che in me è sempre eccessiva), finirà contro le rocce. E invece no. Ha preso la direzione giusta, galleggiando gagliardamente sulla corrente che rinfresca il piccolo golfo. Ed è scomparso in un attimo. Ho cercato di sventolare l’asciugamano per dirti ciao, ma tu eri già troppo lontana.
Magari non te ne sei neppure accorta.

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Il passato è più facile da leggere: uno si volta all’indietro e, potendo, dà un’occhiata.
E poi, sia come sia, esso rimane sempre impigliato da qualche parte, magari a brandelli.
A volte bastano soltanto l’olfatto e le papille gustative, è notorio: lo sappiamo da certi romanzi, anche belli. Oppure un ricordo, quale che sia: un oggetto visto nell’infanzia, un bottone ritrovato in un cassetto, che so, una persona che essendo un’altra te ne ricorda un’altra, un vecchio biglietto del tram. E all’improvviso sei lì, proprio su quel trammino sferragliante che andava da Porta Ticinese al Castello Sforzesco.

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E ho pensato alla vita, che è surrettizia, e che raramente mostra in superficie le sue ragioni, e invece il suo vero percorso avviene in profondità, come un fiume carsico.

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Ben più difficile è il silenzio. Esso presuppone pazienza, costanza, testardaggine; e soprattutto si confronta con il giorno-dopo-giorno della nostra vita, i giorni che ci restano, uno dopo l’altro, lunghi davvero nelle piccole ore…

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E niente, sai, davvero niente basta, nemmeno le ginestre che fioriscono a maggio per chi sa vederle e che io guardavo senza vedere, come di solito facciamo tutti, fino a cadere nella nostalgia dell’irreversibile…

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Perché la pace, nonostante tutto, trionfa sempre sull’inquietudine.

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Io ci sono senza che tu abbia bisogno di essere con me.

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Le finestre a volte non hanno imposte, si aprono su orizzonti ben più larghi di quelli reali.

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…quel sale che dalle tempie scende nel palato, sa di infanzie perdute, di adolescenze fatte di tedio e di amori inutili, e di vite poi vissute come venivano, cioè insensate, perché ciò che si vive così come viene è sempre insensato, se il senso non sai darglielo tu.

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…per questo è stata inventata la grondaia: si tratta di non farsi bagnare, altrimenti non ti resta altro che scrollarti la pioggia di dosso come fanno i cani. Domanda: anche la vita si può scrollare di dosso?

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Tu sei la Norma, la Norma che voglio io.

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Avremo il sole rare volte e il resto è pioggia che ci bagna, perché la pioggia bagna, o mia donna gentile, infradicia le ossa, e dalle ossa arriva fino all’anima, come quell’umidità che piano piano si infiltra e insinua muffa sulle pareti e canizie degli uomini, ma guarda, rallegrati: ora non piove.

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A volte ci penso e avrei voglia di parlarne, ma poi in un istante la voglia mi passa, e così non te ne ho mai parlato. Però, ora, anche se di sfuggita, ti vorrei dire non tanto quello che esse sono, cosa abbastanza difficile, ma piuttosto quello che non sono.

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Il sangue è così personale da non essere trasmissibile. Perché non è fatto solo di globuli bianchi e rossi, ma è composto soprattutto di ricordi.

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E avevo l’illusione che questo vasto orizzonte fosse la libertà che il filo spinato mi ha vietato, o ha vietato ai miei padri.

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… a un certo punto ho pensato che forse la vera pazzia è l’ovvietà, non credi?

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… come fu bello, e come fu grande la nostra passione. Così grande che le cellule del mio corpo ne sono ancora imbevute, come una spugna che conserva l’acqua marina che la nutrì. Perché dopo, mia cara, è stata solo acqua dolce, spesso dolciastra, e che senso ha, mi chiedo, vivere ancora senza che nessun sale ravvivi il mio palato?

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Come vanno le cose, e cosa le guida: un niente.

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E’ stato come se sotto i piedi mi si fosse aperta una voragine fatta di tempo e io vi sono sprofondato dentro e ti ho raggiunta, perché non ci si può opporre alla fotografia di un giornale spiegazzato macchiato d’insalata, ho dato una spolveratina al velo di terriccio che ricopriva i tuoi occhi e lì, dove tu sei, sono tornato anche io.

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E allora, pensi, forse è solo un’illusione, una miserabile illusione, che tuttavia per un attimo, finché hai suonato quella musica, è stata vera davvero. E solo per quella hai vissuto la tua vita e ti pare che questo dia senso all’insensatezza, non credi?

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Hai spalancato porte e finestre e, come dici nella lettera, la casa non ti è sembrata abitata da fantasmi, il sentimento della mia assenza non ti è parso più angosciante, ti sei fatta un tè, ti sei infilata un pullover, e hai capito che tutto non era così spaventoso come ti era sembrato, e che nonostante tutto la vita continua.

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Sarà così la vita, chiedesti, comincia in un punto come se fosse un petalo, e poi si disperde in tutte le direzioni?

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E poi la vita ci richiamava alla realtà, la vita quotidiana a volte concede alcune fessure, ma si richiudono subito.

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Non importa, lo farò lo stesso: in fondo anche tu amavi le fessure fra le cose, ma poi hai scelto il pieno, e forse hai fatto bene, perché è una forma di salvezza, o comunque di accettazione di ciò che tutti siamo.

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Arriva sempre il momento in cui capisci che l’illusione successiva dei giorni, o la loro musica, è giunta al suo termine.

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Si fissa l’oscurità con gli occhi spalancati e si aspetta che faccia giorno.

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Ma tu, amore mio, ci sarai di nuovo? Avrai fatto come me il tuo viaggio di ritorno e tutto starà per incominciare di nuovo, ripartendo dal principio?

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Ma la vita riserva sempre grandi sorprese: basta avere la pazienza di aspettare che ce le offra.

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E tu eri felice, nel frattempo.
Perché le persone possono essere felici, nei loro frattempi.

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Tu non sapevi come cominciare, a volte ci si sente a disagio, specie se sappiamo come andrà a finire e noi sapevamo entrambi come sarebbe andata a finire.

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…e per addormentarmi penso che ti scriverei che non sapevo che il tempo non aspetta, davvero non lo sapevo, non si pensa mai che il tempo è fatto di gocce…

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…e quel tempo era così rapido e impaziente, ora è lunghissimo da passare in certe ore del pomeriggio, soprattutto sul fare dell’inverno, quando se ne va l’equinozio e la sera cala a tradimento…

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E ti direi anche che ti aspetto, anche se non si aspetta chi non può tornare.

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