Arthur Rimbaud

vocali
Vocali…Voyelles
20 ottobre 1854: nasce Arthur Rimbaud, poeta veggente

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Vocali
A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu: vocali,
Io dirò un giorno le vostre nascite latenti:
A, nero corsetto villoso di mosche splendenti
Che ronzano intorno a crudeli fetori,

Golfi d’ombra; E, candori di vapori e tende,
Lance di fieri ghiacciai, bianchi re, brividi d’umbelle;
I, porpora, sangue sputato, risata di belle labbra
Nella collera o nelle ubriachezze penitenti;

U, cicli, vibrazioni divine dei verdi mari,
Pace di pascoli seminati d’animali, pace di rughe
Che l’alchimia imprime nelle ampie fronti studiose;

O, suprema Tromba piena di strani stridori,
Silenzi attraversati da Angeli e Mondi:
– O l’Omega, raggio viola dei suoi Occhi!



L’Anto-Logia da A. Rimbaud scelta da @VittorioCataldi su Twitter.
*** Me ne andavo, coi pugni nelle tasche sfondate. Anche il mio paltò diventava ideale, andavo sotto il cielo. (Arthur Rimbaud, nato 158 anni fa)

*** Ho steso corde da campanile a campanile; ghirlande da finestra a finestra; catene d’oro da stella a stella, e danzo.

*** Vedevo molto chiaramente una moschea al posto di un’officina, una scuola di tamburi tenuta da angeli, calessi per le vie del cielo.

*** Quando andremo oltre le spiagge estese, i monti, a salutare la nascita del nuovo lavoro, la saggezza novella, la fuga dei tiranni.

*** Adesso sono maledetto, detesto la patria. Il meglio, è un sonno proprio da ubriaco, sul greto.

*** La teologia è seria, certamente l’inferno sta in basso – e il cielo in alto.

*** Il malanno è stato il mio dio.

*** L’amour est à réinventer, on le sait.

*** E all’aurora, armati di una ardente pazienza, entreremo nelle splendide città.

*** Ho il mio compito, ne sarò fiero come molti, mettendolo da parte.

*** E’ tutto passato. Oggi so salutare la bellezza.

*** Scrivevo silenzi, notti, segnavo l’inesprimibile. Fissavo vertigini.

*** E’ ritrovata. | Che? – L’Eternità. | E’ il mare andato via | Col sole.

*** A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu: vocali. Io dirò un giorno le vostre nascite latenti.

*** Ho avuto tanta pazienza da scordare per sempre. E la sete malsana mi oscura le vene.

*** A sette anni, faceva romanzi sulla vita | Del vasto deserto, dove splende una Libertà felice | Sole, foreste, savane, rive.

Roberto Vecchioni, A.R. (Arthur Rimbaud) – 1976

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Da Une saison en enfer è stato tratto, nel 2001, il film Chelsea Walls di Ethan Hawke, sceneggiato da Nicole Burdette.

Robert Sean Leonard, The Lonely 1 dal film Chelsea Walls – 2001

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Chelsea Walls Poems – 2001

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Il dormiente della valle
E’ un verde spiazzo dove canta un fiume,
follemente appende agli steli stracci
d’argento. Qui il sole splende dalla montagna
fiera, la piccola valle spumeggia di raggi.
Nuda la testa. Aperta la bocca,
la nuca sprofondata nel nasturzio azzurro,
dorme un giovane soldato. E’ steso sull’erba,
pallido sotto le nubi, la luce piove sul suo letto verde.
Ha i piedi nei giaggioli, dorme, un bimbo
Malato sorride così. Sonnecchia.
Cullalo tu, Natura, fagli caldo, ha freddo.
Ora i profumi non lo fanno fremere.
Dorme nel sole, la mano sul petto.
E’ tranquillo. Sulla destra ha due fori rossi.
(traduzione di Paolo Ragni)


Le dormeur du val – Poésie de Rimbaud, musique de Satie

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Il battello ebbro
Poiché discendevo i Fiumi impassibili,
mi sentii non più guidato dai bardotti:
Pellirossa urlanti li avevan presi per bersaglio
e inchiodati nudi a pali variopinti

Ero indifferente a tutti gli equipaggi,
portatore di grano fiammingo e cotone inglese.
Quando coi miei bardotti finirono i clamori,
i Fiumi mi lasciarono discendere dove volevo.

Nei furiosi sciabordii delle maree
l’altro inverno, più sordo d’un cervello di fanciullo
ho corso! E le Penisole salpate
non subirono mai caos così trionfanti.

La tempesta ha benedetto i miei marittimi risvegli.
Più leggero d’un sughero ho danzato tra i flutti
che si dicono eterni involucri delle vittime,
per dieci notti, senza rimpiangere l’occhio insulso dei fari!

Più dolce che ai fanciulli la polpa delle mele mature,
l’acqua verde penetrò il mio scafo d’abete
e dalle macchie di vini azzurrastri e di vomito
mi lavò, disperdendo àncora e timone.

E da allora mi sono immerso nel Poema
del Mare, infuso d’astri, e lattescente,
divorando i verdiazzurri dove, flottaglia
pallida e rapida, un pensoso annegato talvolta discende;

dove, tingendo di colpo l’azzurrità, deliri
e lenti ritmi sotto il giorno rutilante,
più forti dell’alcol, più vasti delle nostre lire,
fermentano gli amari rossori dell’amore!

Conosco i cieli che esplodono in lampi, e le trombe
e le risacche e le correnti: conosco la sera
e l’Alba esaltata come uno stormo di colombe,
e talvolta ho visto ciò che l’uomo crede di vedere!

Ho visto il sole basso, macchiato di mistici orrori,
illuminare lunghi filamenti di viola,
che parevano attori in antichi drammi,
i flutti scroscianti in lontananza i loro tremiti di persiane!

Ho sognato la verde notte delle nevi abbagliate,
bacio che sale lento agli occhi dei mari,
la circolazione di linfe inaudite,
e il giallo risveglio e il blu dei fosfori cantori!

Ho visto fermentare enormi stagni, reti
dove marcisce tra i giunchi un Leviatano!
Crolli d’acque in mezzo alle bonacce
e in lontananza, cateratte verso il baratro!

Ghiacciai, soli d’argento, flutti di madreperla, cieli di brace!
E orrende secche al fondo di golfi bruni
dove serpi giganti divorati da cimici
cadono, da alberi tortuosi, con neri profumi!

Quasi fossi un’isola, sballottando sui miei bordi litigi
e sterco d’uccelli, urlatori dagli occhi biondi.
E vogavo, attraverso i miei fragili legami
gli annegati scendevano controcorrente a dormire!

Io, perduto battello sotto i capelli delle anse ,
scagliato dall’uragano nell’etere senza uccelli,
io, di cui né Monitori né velieri Anseatici
avrebbero potuto mai ripescare l’ebbra carcassa d’acqua;

libero, fumante, cinto di brune violette,
io che foravo il cielo rosseggiante come un muro
che porta, squisita confettura per buoni poeti,
i licheni del sole e i moccoli d’azzurro;

io che correvo, macchiato da lunule elettriche,
legno folle, scortato da neri ippocampi,
quando luglio faceva crollare a frustate
i cieli oltremarini dai vortici infuocati;

io che tremavo udendo gemere a cinquanta leghe
la foia dei Behemots e i densi Malestrom,
filando eterno tra le blu immobilità,
io rimpiango l’Europa dai balconi antichi!

Ho veduto siderali arcipelaghi! ed isole
i cui deliranti cieli sono aperti al vogatore:
– È in queste notti senza fondo che tu dormi e ti esìli,
milione d’uccelli d’oro, o futuro Vigore?

Ma è vero, ho pianto troppo! Le Albe sono strazianti.
Ogni luna è atroce ed ogni sole amaro:
l’acre amore m’ha gonfiato di stordenti torpori.
Oh, che esploda la mia chiglia! Che io vada a infrangermi nel mare!

Se desidero un’acqua d’Europa, è la pozzanghera
nera e fredda dove verso il crepuscolo odoroso
un fanciullo inginocchiato e pieno di tristezza, lascia
un fragile battello come una farfalla di maggio.

Non ne posso più, bagnato dai vostri languori, o onde,
di filare nelle scia dei portatori di cotone,
né di fendere l’orgoglio di bandiere e fuochi,
e di nuotare sotto gli orrendi occhi dei pontoni.
(traduzione di Dario Bellezza)


Le Bateau Ivre – A. Rimbaud

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Grazie, per alcuni spunti e per i video, a: @MGiacomel @avadesordre
@VittorioCataldi.


*** 20 ottobre 1854: nasce Arthur Rimbaud, poeta veggente (breve clip di RaiStoria)





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