I pesci non chiudono gli occhi

Te lo dico una volta e già è troppo: sciacqua le mani a mare prima che metti il morso all’esca. Il pesce sente odore, scansa il boccone che viene da terra…

I pesci non chiudono gli occhi

“Te lo dico una volta e già è troppo: sciacqua le mani a mare prima che metti il morso all’esca. Il pesce sente odore, scansa il boccone che viene da terra. E fai tale e quale a come vedi fare, senza aspettare uno che te lo dice. Sul mare non è come a scuola, non ci stanno professori. Ci sta il mare e ci stai tu. E il mare non insegna, il mare fa, con la maniera sua.”

[…]
Mamma sulla spiaggia fuma e legge il giornale quotidiano, tutto quanto. Vuole sapere cosa succede nel mondo, specie in America. Quando va a mare la guardo, sorveglio che non capita niente. Non vuole fare il bagno insieme a me. Quando risale mi rimetto a leggere. La ragazzina mi guarda. Ricambio, però sto attento a mamma quando è in mare. Non fa vedere che papà le manca, oppure non le manca. Leggiamo insieme le lettere. L’ultima raccontava un bagno nell’oceano, ondate che buttavano a terra, alta marea che in mezz’ora copre centinaia di metri. Da noi sposta centimetri. Laggiù è esagerato per vocazione.
All’ora del ghiacciolo ci siamo seduti ai nostri gradini bassi e sono venuti dei ragazzini a giocare a pallone. Avevano fatto la porta tra i pali, ho capito che volevano tirarmi pallonate. Puntavano apposta verso di noi. Ho cambiato posto per coprire la ragazzina. Ho parato con un braccio due tiri, poi uno sbagliato è finito nel bar. È sceso il bagnino e li ha mandati via, con lui non si scherza. Ho capito che ce l’hanno con me quei ragazzini, sono più grandi, un anno almeno. A scuola succedono antipatie, non ci bado, ma qui mi dispiace per lei che non c’entra.
Mi parla di animali. L’ippopotamo cammina sotto l’acqua e là sotto fa le sue assemblee. Decide sul fondo del fiume quello che deve fare a terra. Là sotto è più leggero e gli vengono le migliori idee. Quando entra in acqua fa scappare i coccodrilli. Mi sono meravigliato perché i coccodrilli fanno paura anche ai leoni. Lei dice che gli ippopotami sono più forti. Le ho chiesto se ha scritto questa storia. Ha detto di sì. Chiede a me dei pesci. Racconto la murena che ha la pelle opposta a quella del leopardo, le macchie sono gialle sopra il nero. Se morde, serra le mandibole a lucchetto e non le apre neanche se muore. Racconto la tràcina che sta sotto la sabbia del mare e ha una spina velenosa sulla schiena. Fa un gran male a metterci il piede sopra. Ce l’ho messo e ho avuto dolori forti al piede e per il corpo, pure in testa. Il bagnino ha detto a un bambino di fare la pipì sul mio piede. Quello non voleva, si vergognava, ma col bagnino non si scherza e così mi ha fatto la pipì calda sulla pianta del piede. Io stavo girato a pancia sotto e non ho visto.
Lei ascolta e non ride, questo mi piace perché è una scena che di solito fa divertire chi la sente e non ha conosciuto la spina della tràcina. Piano piano il dolore si è calmato. Papà mi ha detto che la pipì contiene l’ammoniaca, è quella che fa effetto. Lei ascolta attenta, accosta le sopracciglia marroni, rientra in bocca un po’ del labbro superiore. La guardo e non mi volto di qua e di là, la guardo fissa mentre racconto. Lei sente anche con gli occhi. Ha voluto sapere dove sta la spiaggia dei pescatori e il molo dove calo la lenza il pomeriggio. Si vuole orientare, non mi chiede le strade ma i punti cardinali. “Il molo è a sud, il tramonto succede a sinistra.” Poi ci siamo salutati.

[…]
L’isola era mano aperta, a settembre le viti erano gonfie, chiedevano di essere raccolte. Il grappolo schiacciato in bocca un acino per volta, scalzo di pomeriggio sulla terra felice dei passi di un bambino: quello era il più giusto dei grazie, non raggiunto da nessuna preghiera.

Il libro degli inglesi raccontava altre isole, affiorate in vastità dell’emisfero sud che è quasi solo acqua. Riportava notizie dall’immensità che dà sgomento agli uomini che non ci sono nati. Lo scrittore era esperto di quel mondo di bianchi sudati, spediti a governare popoli svelti di sorriso e di coltello. L’isola che abitavo mi andava giusta di misura, come il Mediterraneo che è grande ma tenuto nel grembo delle terre. Dopo quelle spiagge d’infanzia nessun tropico, Oceania mi ha attirato. L’isola me ne ha esaudito il desiderio.

[…]
Alla spiaggia dei pescatori i vecchi riparavano le reti, seduti a gambe larghe, le mani che facevano da sole. Gli occhi poco vedevano, nessuno portava gli occhiali. Quello che c’era da vedere, le mani l’avevano già imparato a memoria. Facevano a naso libero, guardando innanzi verso il mare, che era anche dentro di loro. Dondolavano a riva come in barca. I bambini si davano da fare intorno a qualche rottame, il gioco preferito era imparare a fare. Chiedevano di essere messi alla prova, pulivano le barche dalle incrostazioni, ingrassavano lo scalmo dove passava il remo. Pochi erano i legni a motore.
Mi salutavo con il pescatore che qualche volta mi portava al largo. Viveva in una stanza sulla spiaggia insieme a moglie e figli. Usciva di notte a posare il filo dei palamiti e aspettava sul mare che le esche lavorassero nel buio, che i pesci preferiscono. Poi tirava su i cento ami distesi sul fondo di una secca. Rientrava anche con niente, rimettendoci le alici date in esca. Qualche volta un buon pesce addentava e si ficcava in tana tirandosi dietro il filo. Allora andava bene essere in due, lui a tirare e uno ai remi a spingere nella direzione giusta. Come cavare un dente, va trovato il verso di estrazione. Certi pesci in tana arrivano a resistere alla forza di una barca, allora si spezza il filo a doppio nylon e vince il pesce. Oppure perde e allora sale in superficie la furiosa cernia, tutta collo e mascella, scippata dalla tasca del mare. Altre volte il pesce che aveva abboccato era attaccato e sbranato da altri pesci.

“Mestiere senza sorte,” dicevano tra loro. “’O facimmo sulo p’a ncannarienzia”, lo facciamo solo per il desiderio ostinato. Una cernia valeva una nottata a mare.
Mamma conosceva il pescatore, qualche notte quieta mi lasciava andare. Mi dava una maglia di lana leggera, grezza che pizzicava addosso. Aiutavo ai remi mentre lui immorsava le esche e le calava a mare una per una. Finita la stesura si aspettava. L’isola era lontana, un mucchietto di luci. Sdraiato a prua sulla corda dell’ancora, guardavo la notte che girava sulla testa. La schiena oscillava piano per le onde, il petto si gonfiava e si sgonfiava sotto il peso dell’aria. Cala da così in alto, da un così profondo ammasso di buio da premere le costole. Qualche scheggia precipita in fiamme spegnendosi prima di tuffarsi. Gli occhi provano a stare aperti ma l’aria in caduta li chiude. Rotolavo dentro un sonno breve, interrotto da una scrollata del mare. Ancora adesso nelle notti sdraiate all’aperto, sento il peso dell’aria nel respiro e un’agopuntura di stelle sulla pelle.
Usciva a stento qualche parola notturna. Era giusto il silenzio dell’uomo nella notte. Non lo guastava la nave che sfilava all’orizzonte le luci mute, il risciacquo di un rumore di remi in avvicinamento Nel buio lo scambio di saluto con sole vocali, che le consonanti non servono a mare, se le inghiotte l’aria. Quello che stava intorno a loro era risaputo, si muovevano a memoria di ciechi in una stanza.
Poi pianissimo un principio di grigio stingeva il punto di orizzonte detto oriente. Da lì iniziava lo sfascio del buio, saliva il chiaro dal basso e quando sulla barca si vedevano le nostre mani, cominciava il raccolto. Una sillaba m’indicava il cambio di remata. Saliva a bordo il pesce catturato, batteva di coda sul legno l’ultima difesa. Il pescatore lo afferrava per la testa, gli sfilava l’amo. A volte era inghiottito fino in gola e allora si doveva tagliare il nylon col coltello, lasciargli l’amo dentro.
Quando il sole era sgusciato intero dal mare e salito più in alto della barca, avevamo finito. Si metteva lui ai remi per tornare svelti. Mi addormentavo a prua, la canottiera in testa. A casa mamma, appena sveglia, chiedeva della pescata e poi delle mani. “Fammele vedere.” Gliele davo sul dorso, lei me le girava: “Così te le sciupi”, e poi per presa in giro: “Fai le mani cafone”.
A spingere i remi veniva qualche vescica, il sale ci aggiungeva il suo. Si formavano i primi calletti sulle mani mai messe al lavoro. Per il bambino che ero, quello era niente di più di un gioco serio, non l’asservimento dei miei coetanei in città, chiusi nelle botteghe o a correre su e giù per le consegne, da prima luce a sera. Molto più tardi mi sarei trovato le mani trasformate dagli arnesi.

[…]
Arrivai al molo, un vecchio pescava con il basco in testa e il bianco che gli usciva dalla nuca. Mi sedetti nel punto più lontano. Mi preparai lento, coi piedi a penzoloni sull’acqua. Prima mi ero sciacquato le mani con il mare, poi innescai l’amo e lo lanciai lontano, spinto dal piombo. Affidai la pesca al polpastrello dell’indice e me ne andai dietro ai pensieri, che arrivano da lontano e se ne vanno al modo delle onde con la barca. Ci passano sotto e la fanno oscillare.
Un fremito leggero mi avvisava che intorno all’esca c’era un tentativo di assaggio. A un colpo netto risposi con lo scatto del polso verso l’alto, poi soppesai la lenza per sentire se c’era un peso in più. Era leggera e tirai su per controllare. Avevano mangiato l’esca senza farsi fregare. Innescai di nuovo e lanciai in un’altra direzione.
Era la buona ora dell’ombra sopra il molo. Suonava la campana e il vecchio ritirò la presenza a piedi scalzi. Mi piaceva stare riparato dal tramonto, non vedere la fine certificata del giorno, con il sole insaccato dentro il mare. Allora preferivo l’alba. Oggi cerco il tramonto in ogni isola raggiunta. Vado a ovest all’ora che si svuota dentro l’acqua. Oggi raschio fino all’ultima luce il piatto d’orizzonte.
Di albe ne ho viste per tutta la vita e pure adesso, ma quelle di adesso sono solo il vizio di svegliarmi col buio. Mentre leggo le cose del risveglio, mi accorgo poco del passaggio dalla notte al dopo. Oggi per me è indifferente l’albume dell’inizio, la purezza del giorno.


Quelli sopra riportati sono stralci da un bel libriccino di Erri De Luca, intitolato I pesci non chiudono gli occhi, del quale consiglio la lettura.
Devo dire che mi son tornati in mente dopo aver letto il commento che un prof., conosciuto in Rete, ha fatto ad un mio post; le sue parole mi hanno rallegrato, così come il fatto che sia tornato nell’isola a lui cara (visto che mi invia un “saluto dalle sponde più estreme d’Europa”). Li dedico a lui. Buone vacanze a una bella anima!








4 Responses to “I pesci non chiudono gli occhi

  1. Giò ha detto:

    Che meraviglia Vic. Sono estasiato. Non conoscevo questa cosa di De Luca. Si avvertono certe atmosfere che respiravo da bambino sui miei scogli, con la mia canna da pesca, certe poderose quinte scenografiche disegnate da Elio Vittorini. Grazie! Proverò a ricambiare la tua dedica, giacché credo ti piaccia la musica, con una cosa che ho già pubblicato nel mio blog (spero tu non abbia letto quel vecchio post) e che credo possa piacerti: http://lalentezza.altervista.org/tag/robert-wyatt/
    Ancora grazie.
    Giovanni
    P.S. Mi sa che stasera, proprio al tramonto, andrò a pescare.

    • vittorianicolo ha detto:

      Ciao, Giovanni. Scusa per il ritardo nella risposta, ma son giorni un po’ così… Andando in cucina, ho visto che mamma sta preparando barchette di melanzane ripiene, e ho pensato a te e al tuo mare. Ho letto e “ascoltato” il tuo post e ti ringrazio. Spero ti stia riposando e rigenerando 🙂

  2. Giò ha detto:

    Grazie Vittoria, si, ricarico le batterie. Mi dispiace per i tuoi “giorni un po’ così” (prenditi anche tu una bella vacanza rigeneratrice). Ma nelle melanzane la tua mamma ci mette anche la mentuccia?
    Grazie e a presto!
    Giovanni

    • vittorianicolo ha detto:

      Continuano i “giorni così”… Nelle melanzane ripiene mamma non mette la mentuccia, che usa, invece, nella preparazione “alla scapece” (così mi sembra di aver capito). Contenta per la tua vacanza, e grazie per la tua visita nel blog!

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